Libertà religiosa, cristianesimo e lezioni della storia (1926)

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Hazrat Maulana Abdur Rahim Dard (ra) (1894–1955)

Libertà e cristianesimo

Il reverendo William Wilson Cash scrive nel numero di settembre 1926 della Church Missionary Review:

«Un arabo può recarsi in Inghilterra, recitare le proprie preghiere per strada, se lo desidera, e chiamare i propri correligionari alla preghiera a Woking e a Putney senza temere alcun problema. Perché? Perché in Inghilterra prevale la fede cristiana, che sostiene la libertà di coscienza per tutti, indipendentemente dal credo».

Fu il cristianesimo a instaurare la libertà religiosa in Inghilterra?

È indubbiamente vero che in Inghilterra vi è libertà religiosa, e tutti dovrebbero esserne grati al governo inglese. Il reverendo, tuttavia, vorrà scusarci se osserviamo che nulla potrebbe essere più lontano dalla verità dell’affermazione secondo cui tale libertà sarebbe dovuta al predominio della fede cristiana in Inghilterra.

I «banchi vuoti delle chiese» e le veementi denunce delle dottrine distintive del cristianesimo, espresse apertamente attraverso i quotidiani inglesi, sono certamente indizi di una situazione che dev’essere proprio l’opposto.

Ammettiamo pure, tuttavia, che persino un ebreo nato in Inghilterra sia cristiano. Il reverendo non può comunque gettare polvere negli occhi del mondo. L’affermazione della libertà religiosa in Inghilterra non è certo dovuta al cristianesimo. «Cristianesimo e libertà sono del tutto incompatibili», afferma Shaftesbury.

Il clero, nel suo insieme, si è sempre identificato con le forze della regressione. La storia del mondo è stata, invero, oscurata dall’intolleranza e dal fanatismo dei cristiani.

Persecuzione religiosa e cristianesimo

Consideriamo soltanto il caso dell’Inghilterra. Le persone venivano imprigionate, marchiate a fuoco, mutilate, flagellate ed esposte alla gogna. Molti cattolici furono torturati e impiccati con falsi pretesti. Anabattisti e ariani furono bruciati vivi. I presbiteriani venivano braccati sui monti come criminali. Le loro orecchie venivano strappate alla radice. Erano marchiati con ferri roventi. Le loro dita venivano divaricate e stritolate con strumenti di tortura per i pollici. Le ossa delle loro gambe venivano frantumate negli stivali di tortura. Le donne erano flagellate pubblicamente per le strade. Moltissimi furono deportati alle Barbados; soldati inferociti venivano scatenati contro di loro e incoraggiati a impiegare tutto il proprio ingegno nel torturarli.

Basta, insomma, prendere un qualsiasi libro di storia per leggervi:

«Tra i primi protestanti, la persecuzione era una dottrina precisa e ben definita, sistematizzata in elaborati trattati, indissolubilmente connessa a gran parte della teologia comunemente accettata, sviluppata dai teologi più illuminati e lungimiranti e applicata tanto contro le sette più innocue quanto contro quelle più temibili. Era la dottrina dei giorni di massimo splendore del protestantesimo. Veniva insegnata da coloro che sono giustamente considerati i suoi massimi esponenti».

Baxter, dal canto suo, definì la tolleranza universale un «assassinio delle anime». Egli afferma:

«Il papismo, il maomettanesimo, l’incredulità e il paganesimo sono la via della dannazione; ma la libertà di predicarli e praticarli è il mezzo per rendere gli uomini papisti, maomettani, increduli e pagani; pertanto, questa libertà è la via della dannazione degli uomini».

(A Holy Commonwealth, seconda prefazione)

La persecuzione degli ebrei e dei musulmani in Spagna

Consideriamo ora il caso della Spagna e vediamo in che modo i fedeli seguaci di Cristo rispecchiarono in quel Paese «lo spirito e l’insegnamento» del loro maestro.

Paul Daniel Alphandéry, professore di storia del dogma a Parigi ed eminente autorità in materia, afferma:

«Clemente IV, in un breve del 1266, esortò Giacomo I d’Aragona a espellere i mori dai suoi domini. Nel 1278, Niccolò III rimproverò Pietro III per aver concluso una tregua con loro. Uno dei canoni del Concilio di Vienne (1311–1312) denuncia come intollerabile il fatto che gli inviti alla preghiera musulmana fossero ancora proclamati dall’alto delle moschee e, sotto l’influenza di questo concilio, i concili spagnoli di Zamora (1313) e Valladolid (1322) adottarono decisioni che condussero presto a misure violente contro i mudéjar, i musulmani delle antiche province cristiane.

Già nel 1210 si erano verificati massacri di ebrei su istigazione di Arnaldo di Narbona, legato pontificio; nel 1276 scoppiarono nuovi disordini in seguito al rifiuto di Giacomo I di obbedire all’ordine di Clemente IV, che gli aveva intimato di espellere gli ebrei dai suoi domini.

Nel 1278, Niccolò IV ordinò al superiore generale dei domenicani di inviare frati in ogni parte del regno affinché si adoperassero per la conversione degli ebrei e compilassero elenchi di quanti rifiutavano il battesimo. Invano intervennero alcuni principi, come Pietro III o Ferdinando di Castiglia: il clero spagnolo dirigeva la persecuzione con zelo sempre crescente.

Nel XIV secolo i massacri si intensificarono e, nel corso del 1391, intere città furono messe a ferro e fuoco; a Valencia si ebbero undicimila battesimi forzati.

Nel XV secolo la persecuzione proseguì allo stesso modo; basti dire che gli anni 1449, 1462, 1470 e 1473 furono segnati dai maggiori spargimenti di sangue. Anche i mudéjar, inoltre, furono sottoposti a questi battesimi e massacri di massa».

La carta del Santo Profeta (sa) per la protezione dei cristiani

È forse questo l’«idealismo» di Cristo? Povero Gesù della Bibbia! Non immaginava certo che i suoi discepoli, dopo averlo rinnegato durante la sua vita e consegnato nelle mani dei suoi più acerrimi nemici, avrebbero anche gettato sul suo nome un disonore eterno.

Si confronti tutto questo con la ben nota carta concessa ai cristiani dal Maestro dei Profeti — la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui —, la più grande manifestazione della misericordia di Dio.

«Il Profeta (sa) si impegnò personalmente e ingiunse ai suoi seguaci di proteggere i cristiani, preservarli da ogni offesa e difendere le loro chiese e le dimore dei loro sacerdoti. Non dovevano essere tassati ingiustamente; nessun vescovo doveva essere cacciato dalla propria sede episcopale; nessun cristiano doveva essere costretto a rinunciare alla propria religione; nessun monaco doveva essere espulso dal proprio monastero; nessun pellegrino doveva essere impedito dal compiere il proprio pellegrinaggio; né le chiese cristiane dovevano essere demolite per costruire moschee o abitazioni per i musulmani.

Le donne cristiane sposate con musulmani dovevano poter professare liberamente la propria religione e non subire, per questo motivo, alcuna costrizione o molestia. Se i cristiani avessero avuto bisogno di aiuto per riparare le loro chiese o i loro monasteri, o per qualsiasi altra questione riguardante la loro religione, i musulmani avrebbero dovuto assisterli».

(History of the Saracens, p. 14)

Il cristianesimo e la condotta dei suoi seguaci

Il figlio di Maria, purtroppo, non occupò mai in vita una posizione altrettanto elevata. La corona di spine non poteva conferirgli il potere di concedere carte che potessero essere considerate monumenti di illuminata tolleranza. È per questo, riteniamo, che i suoi seguaci si opposero a ogni tentativo di instaurare la libertà religiosa.

Lo sviluppo della libertà religiosa incontrò sempre la diretta opposizione della Chiesa, e il suo trionfo fu una misura dell’indebolimento di quest’ultima.

Il razionalismo e l’affermazione della tolleranza religiosa

William Edward Hartpole Lecky, nella sua monumentale opera Rationalism in Europe, afferma che il trionfo della tolleranza e quello della libertà civile furono «conseguiti dai laici in diretta opposizione alla Chiesa e nel momento del suo massimo indebolimento». Egli conclude inoltre che l’estinzione dello spirito d’intolleranza, tanto nei Paesi cattolici quanto in quelli protestanti, è dovuta allo spirito del razionalismo. Scrive:

«Abbiamo visto che, in entrambi i casi, il clero fu l’instancabile nemico di questa, la più nobile di tutte le conquiste della civiltà, e che soltanto attraverso una lunga serie di rivoluzioni antiecclesiastiche si riuscì infine a strappargli la spada di mano».

Possiamo dunque essere debitori, senza dubbio, allo spirito del razionalismo e al governo inglese; ma siamo assolutamente certi di non dovere nulla, in questo, al cristianesimo. Ogni lode spetta, in realtà, a Dio, il Signore dei mondi!

Sebbene i cristiani non si facciano scrupolo di far portare a Cristo il peso dei propri peccati, riteniamo che sarebbe del tutto ingiusto considerarlo responsabile delle loro malefatte. È certamente vero che un albero si riconosce dai suoi frutti, ma sarebbe poco saggio condannare una religione semplicemente per la corruzione dei suoi seguaci. Il cristianesimo potrebbe non essere una cattiva religione anche quando i cristiani si comportano male. Allo stesso modo, l’Islam può essere una religione perfetta, per quanto i musulmani possano talvolta comportarsi in maniera contraria ai suoi insegnamenti.

— A. R. Dard

Fonte: trascritto e curato da Al Hakam, nell’edizione del 25 settembre 2026, dall’originale inglese pubblicato nel numero di settembre 1926 di The Review of Religions. Traduzione italiana dal testo inglese fornito.

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