24 settembre 2026
«Sono stati creati da niente, oppure sono essi stessi i creatori? Sono stati loro a creare i cieli e la terra? No, ma non hanno fede. Possiedono forse i tesori del tuo Signore, oppure ne sono i custodi?»
(Sura aṭ-Ṭūr, 52:36-38, traduzione italiana della Comunità Musulmana Ahmadiyya)
In altre parole: queste persone, che negano che Allah l’Altissimo sia il Creatore, sono forse venute all’esistenza da sole, senza che alcun creatore le producesse? Oppure hanno creato la propria esistenza? O sono esse stesse la Causa prima, che ha creato i cieli e la terra? Possiedono forse riserve inesauribili di conoscenza e ragione, grazie alle quali hanno accertato di esistere dall’eternità? Oppure sono indipendenti, non soggette al potere di nessuno, tanto da poter supporre che, non essendovi alcuno che eserciti il proprio dominio su di loro, nessuno possa esserne il creatore?
In questi nobili versetti è racchiuso un argomento sottile. Le cinque ipotesi relative alla presunta eternità delle anime sono esposte in modo così rigoroso che, nel momento stesso in cui ciascuna viene formulata, se ne comprende la confutazione. Il significato di queste sottili indicazioni è il seguente.
La prima ipotesi — che qualcosa prima inesistente venga all’esistenza da sé, senza l’azione di alcun agente — è insostenibile, perché comporta una prevalenza senza una causa determinante. Affinché qualcosa passi dalla non esistenza all’esistenza, occorre una causa efficace e determinante che faccia prevalere l’esistenza sulla non esistenza. In questo caso, però, non vi è alcuna causa del genere; ed è impossibile che tale prevalenza si produca da sé, in assenza di una causa determinante.
La seconda ipotesi — che una cosa sia la creatrice della propria esistenza — è insostenibile, perché comporta che una cosa preceda sé stessa. Se si ammette che ogni cosa sia la causa sufficiente della propria esistenza, si deve necessariamente ammettere anche che tutte queste cose esistessero prima di esistere. Ma esistere prima della propria esistenza è impossibile.
La terza ipotesi — che ogni cosa sia, al pari dell’Essere divino, una Causa prima e creatrice del mondo — comporta una molteplicità di dèi, riconosciuta come impossibile. Comporta inoltre o una causalità circolare o un regresso all’infinito, entrambi impossibili.
La quarta ipotesi — che l’anima umana comprenda una conoscenza infinita — è impossibile per questa ragione: considerata come un essere individuato che esiste concretamente, l’anima umana è finita, e l’infinito non può essere contenuto nel finito. Ciò equivarrebbe a porre un limite a ciò che è illimitato.
La quinta ipotesi — che l’anima sia autonoma e non soggetta al comando di nessuno — non può realizzarsi. Infatti, per raggiungere la propria perfezione, l’anima umana dipende necessariamente da un essere perfetto; e un essere dipendente non può essere interamente autonomo. Ciò comporterebbe la compresenza di due proposizioni contraddittorie.
Pertanto, poiché è in ogni caso impossibile che le cose esistenti esistano senza un creatore, si deve necessariamente riconoscere che tutte le cose finite che esistono hanno un Creatore, ossia Allah l’Altissimo. La forma del sillogismo, costruito secondo le regole della logica mediante la premessa minore e la premessa maggiore, è la seguente.
Affermiamo che questa proposizione è vera in sé: nulla può esistere se non per mezzo dell’Essere necessario. Se non fosse vera, dovrebbe esserlo la sua contraddittoria: che ogni cosa può venire all’esistenza senza l’Essere necessario. Ma la nostra indagine precedente ha dimostrato che l’esistenza di tutte le cose contingenti senza l’Essere necessario comporta le cinque impossibilità. Dunque, se non fosse vero che nulla può esistere se non per mezzo dell’Essere necessario, ne seguirebbe che l’esistenza di tutte le cose comporta quelle cinque impossibilità. Eppure è impossibile che le cose esistano se la loro esistenza comporta tali impossibilità. La conclusione è quindi che l’esistenza di qualsiasi cosa senza l’Essere necessario è impossibile. Questo è ciò che si voleva dimostrare.
Fonte del brano: Mirza Ghulam Ahmad, Purānī Taḥrīrēṅ («Scritti antichi»), in Rūḥānī Khazā’in, vol. 2, pp. 9-11. Testo ripreso da Al-Fazl del 24 settembre 2026 e tradotto dall’urdu in italiano.

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