Il velo che non c’è: una donna musulmana sul decreto scuola

Sumera Tariq
25 settembre 2026

Domenica, dal palco di Fenix, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato un tetto agli alunni stranieri per classe e il divieto di burqa e niqab a scuola, perché «nessuno, in nome di una vera o presunta tradizione, può decidere che una giovane donna debba nascondersi». Il giorno dopo, ad Amatrice, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che la scuola «è aperta a tutti», come stabilisce l’articolo 34 della Costituzione, e che deve «aiutare a non formare ghetti». Giovedì il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto.

Il linguaggio non potrebbe essere più diverso. Eppure dietro lo scontro si intravede una preoccupazione comune: l’integrazione non avviene se i bambini crescono in comunità parallele o se le scuole non hanno gli strumenti per superare le barriere linguistiche. Una classe equilibrata e realmente multiculturale è un obiettivo condivisibile. La domanda è se questo decreto sia il modo per raggiungerlo.

Il testo è più sfumato degli slogan. Alla primaria il tetto del 30% non riguarda i bambini nati in Italia né chi ha frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. È un riconoscimento implicito di ciò che molti insegnanti sanno da tempo: la cittadinanza non misura né la lingua né l’integrazione. Ma allora perché continuare a parlare di «stranieri»? Un bambino arrivato a tre anni, che parla italiano con l’accento del suo quartiere, resta formalmente tale. E alle medie e alle superiori il criterio torna a essere il passaporto, unito agli anni di scuola frequentati. Se il problema è la lingua, la misura dovrebbe riguardare la lingua, non un’etichetta amministrativa che rischia di diventare sociale.

C’è poi una questione di numeri. In molte scuole la presenza di alunni di origine immigrata non dipende da un loro eccesso, ma dal calo demografico italiano e dal fatto che molte famiglie italiane non vivono più, o non iscrivono i figli, in certi quartieri. Non si può riequilibrare una percentuale se mancano gli altri alunni. Il decreto prevede che in quei casi gli uffici scolastici distribuiscano i ragazzi tra gli istituti vicini. In pratica significa che alcuni bambini potranno essere mandati lontano dalla scuola sotto casa, non per ciò che fanno, ma per ciò che sono sulla carta. I fondi per l’insegnamento dell’italiano ci sono, ed è un bene, ma restano modesti rispetto a circa 850 mila studenti con cittadinanza non italiana. L’integrazione richiede insegnanti, mediatori culturali, tempo: non soltanto un calcolo percentuale.

Poi c’è il velo. Anche qui il testo è formalmente neutro: vieta a scuola ogni copertura che impedisca il riconoscimento del volto, dalla mascherina al passamontagna. Una regola simile, applicata davvero a tutti, può essere legittima: una scuola ha diritto di vedere il volto dei suoi alunni per ragioni di identificazione e di comunicazione. Il testo è neutro. L’annuncio no. Tra tutti i volti coperti possibili, è stato scelto di nominare soltanto quelli delle ragazze musulmane, e di farlo nello stesso respiro del tetto agli stranieri.

Io non ho mai visto una bambina entrare in una scuola italiana con il burqa o il niqab. E non è un caso. Come donna musulmana, vorrei ricordare ciò che nel dibattito pubblico viene quasi sempre ignorato. Nella tradizione islamica la copertura del volto è oggetto di una discussione che dura da oltre mille anni. Le scuole giuridiche hanafita e malikita ritenevano che il volto e le mani di una donna potessero restare scoperti. Altri giuristi, soprattutto di scuola hanbalita, consideravano obbligatorio coprirli. Oggi istituzioni come al-Azhar considerano il niqab una consuetudine, non un obbligo. Il burqa afghano, poi, è un indumento regionale che non compare né nel Corano né nella Sunna del Profeta. Su un punto però i giuristi concordano: gli obblighi religiosi sull’abbigliamento iniziano con la pubertà, non nell’infanzia. Una legge che vieta il velo integrale alle bambine vieta qualcosa che la stessa tradizione islamica non chiede loro.

Meloni parla di una «vera o presunta tradizione». Ma chi decide quale sia la tradizione vera? Il dibattito sul velo appartiene innanzitutto alle donne musulmane, che lo conducono da secoli, con posizioni diverse e spesso in disaccordo tra loro. Trasformarlo in un simbolo di oppressione da vietare per decreto significa parlare al posto nostro, proprio mentre si dichiara di volerci liberare.

Il risultato è un’associazione simbolica tra immigrazione, Islam e pericolo, costruita su un fenomeno che nelle aule italiane praticamente non esiste. Non è una risposta a un problema concreto. È l’evocazione di un «altro» musulmano immediatamente riconoscibile ed estraneo.

Le parole contano. Quando i bambini vengono descritti innanzitutto come «stranieri» il cui numero va controllato, finiscono per sentire che la loro stessa presenza è un problema, anche se sono cresciuti qui, parlano italiano e considerano l’Italia casa loro. L’Italia ha bisogno di un confronto serio sull’integrazione scolastica: sulla lingua, sulle pari opportunità, sulla composizione sociale delle classi. Ma deve partire da un principio che il presidente Mattarella ha ricordato ad Amatrice: la scuola deve unire, non lacerare. I bambini non sono minacce demografiche, simboli elettorali o percentuali da gestire.

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