6 ottobre 2026
Mir Anjum Parvez, missionario della Comunità
«Ho detto di aver avviato la Tahrik-e-Jadid, ma questo non è esatto. Questa iniziativa non era affatto nella mia mente. All’improvviso, Allah l’Altissimo la ispirò al mio cuore. Posso dunque affermare, senza rendermi colpevole di alcuna falsità, che questa Tahrik-e-Jadid, avviata da Dio, non era prima nei miei pensieri. Non avevo in mente nulla del genere. Improvvisamente, Allah l’Altissimo ispirò questo progetto al mio cuore e io lo presentai alla Comunità. Non è quindi una mia iniziativa, ma un’iniziativa ispirata da Allah l’Altissimo». — Hazrat Musleh Maud (ra)
L’iniziativa avviata nel 1934 da Hazrat Musleh Maud (ra) con il nome di Tahrik-e-Jadid aveva come obiettivo fondamentale quello di portare il messaggio dell’Islam Ahmadiyya fino agli estremi confini della terra. Per diffondere questo messaggio non erano necessari soltanto straordinari sacrifici economici e personali: occorreva anche che la Comunità raggiungesse livelli elevati nella riforma della propria condotta e nel progresso intellettuale e spirituale, così da diventare capace di conseguire un obiettivo tanto nobile.
Questa iniziativa nacque in circostanze nelle quali gli avversari cercavano di cancellare ogni traccia della Comunità e, per riuscirvi, la sottoponevano ad attacchi di ogni genere. Uno degli scopi della Tahrik-e-Jadid era quindi difendere la Comunità Ahmadiyya dagli attacchi dei suoi oppositori e rispondere ad essi.
Che cos’è la Tahrik-e-Jadid?
Hazrat Musleh Maud (ra) afferma:
«La Tahrik-e-Jadid è, in realtà, il nome della rinascita dell’Islam. È “nuova” soltanto nel senso che il mondo ne aveva perso la conoscenza; altrimenti, si tratta dell’antica iniziativa stessa. […] Attraverso la Tahrik-e-Jadid cerchiamo di avvicinare le persone al modo di vivere del Nobile Messaggero (sa) e dei suoi Compagni».
Sermone del venerdì del 30 aprile 1943; Al-Fazl, 23 maggio 1943.
Affermò inoltre:
«Per raggiungere tutte le persone abbiamo bisogno di uomini, abbiamo bisogno di denaro, abbiamo bisogno di determinazione e perseveranza, e abbiamo bisogno di preghiere capaci di scuotere il Trono di Allah l’Altissimo. L’insieme di queste cose prende il nome di Tahrik-e-Jadid».
Sermone del venerdì del 27 novembre 1942; Al-Fazl, 2 dicembre 1942.
Disse:
«La Tahrik-e-Jadid non è una nuova iniziativa; è invece quell’antica iniziativa che fu avviata dal Nobile Messaggero (sa) tredici secoli e mezzo fa. Per usare un’espressione evangelica, è un vino antico presentato in recipienti nuovi. Non è però un vino che provochi ebbrezza e offuschi la ragione umana, bensì quello di cui il Sacro Corano afferma:
لَا فِیۡہَا غَوۡلٌ وَّلَا ہُمۡ عَنۡہَا یُنۡزَفُوۡنَ
Vale a dire: bevendolo non si soffrirà di mal di testa né si perderà il senno, poiché la sua sorgente è quella luce divina che Muhammad, il Messaggero di Allah (sa), portò nel mondo: una luce che il mondo non aveva mai ricevuto prima».
As-Saffat: il testo riporta 47, mentre il collegamento allegato rimanda a 37:48. Anwar-ul-Ulum, vol. 15, p. 157.
Lo scopo della Tahrik-e-Jadid
Affermò:
«La Tahrik-e-Jadid è stata avviata affinché, attraverso di essa, possiamo raccogliere fondi sufficienti a portare il nome di Allah l’Altissimo fino agli estremi confini della terra con facilità e senza impedimenti. La Tahrik-e-Jadid è stata avviata affinché siano disponibili persone che dedichino sé stesse alla diffusione della religione di Allah l’Altissimo e impieghino la propria vita in questo compito. La Tahrik-e-Jadid è stata avviata affinché nella nostra Comunità si sviluppino quella determinazione e quella perseveranza che devono necessariamente caratterizzare le comunità operose».
Sermone del venerdì del 27 novembre 1942; Al-Fazl, 2 dicembre 1942.
La Tahrik-e-Jadid è un’iniziativa ispirata da Allah l’Altissimo
Hazrat Musleh Maud (ra) avviò questa iniziativa in conformità a uno speciale disegno divino. In un’occasione, spiegando che la Tahrik-e-Jadid proveniva da Allah l’Altissimo, affermò:
«Ho detto di aver avviato la Tahrik-e-Jadid, ma questo non è esatto. Questa iniziativa non era affatto nella mia mente. All’improvviso, Allah l’Altissimo la ispirò al mio cuore. Posso dunque affermare, senza rendermi colpevole di alcuna falsità, che questa Tahrik-e-Jadid, avviata da Dio, non era prima nei miei pensieri. Non avevo in mente nulla del genere. Improvvisamente, Allah l’Altissimo ispirò questo progetto al mio cuore e io lo presentai alla Comunità. Non è quindi una mia iniziativa, ma un’iniziativa ispirata da Allah l’Altissimo».
Sermone del venerdì del 27 novembre 1942, pubblicato in Al-Fazl, 2 dicembre 1942.
In quali circostanze fu avviata la Tahrik-e-Jadid?
Le fondamenta di questa iniziativa divina furono poste proprio quando il movimento degli Ahrar era al culmine. Gli Ahrar, convinti di poter distruggere completamente Qadian e l’Ahmadiyya — che Allah ce ne preservi — si preparavano a tenere una conferenza nelle immediate vicinanze di Qadian.
Erano giorni nei quali risuonavano le loro proclamazioni: avrebbero demolito il Minarat-ul-Masih mattone dopo mattone e distrutto Qadian al punto da non lasciarne neppure il nome o una traccia; non sarebbe rimasta nemmeno una persona che pronunciasse il nome del Messia Promesso (as).
Era un momento estremamente delicato per la Comunità, che subiva attacchi da ogni parte. L’avversario preparava i suoi piani con tutte le proprie forze e, nella sua presunzione, si riteneva pronto ad annientarla. Questa volta non si trattava soltanto di un attacco degli Ahrar: anche il governo era dalla loro parte.
Prima dell’avvio della Tahrik-e-Jadid, il 19 ottobre 1934, Hazrat Musleh Maud (ra) affermò:
«Voi dichiarate di essere la Comunità prescelta da Allah l’Altissimo. Dichiarate di avere piena fede in colui che Allah l’Altissimo ha incaricato. Dichiarate di aver sacrificato le vostre vite e i vostri beni per Allah l’Altissimo, e dichiarate che, in cambio di tutti questi sacrifici, avete stipulato con Lui un patto per ottenere il Paradiso. […]
La prima richiesta che vi rivolgo, e dopo avervi messo alla prova sulla quale vi rivolgerò una seconda richiesta, è questa: qui sta per tenersi un raduno. A proposito di questo raduno ho ricevuto informazioni certe secondo cui queste persone intendono provocare disordini e violenze.
La mia prima richiesta è dunque che, se le informazioni ricevute sono effettivamente corrette, ogni membro della mia Comunità obbedisca a questo ordine: anche se viene colpito e picchiato, non alzi la mano contro nessuno e non apra bocca. Anche se viene ucciso, non ha il diritto di alzare la mano né di muovere la lingua.
Se, in una simile situazione, un altro fratello passa lì vicino, ordino anche a lui di non intervenire in suo aiuto. Devono però essere disponibili macchine fotografiche. Chi ne possiede qui prepari la propria; chi può farne arrivare da fuori le faccia arrivare.
Ovunque vedano comportamenti dai quali risulti che la polizia e i suoi funzionari non stanno adempiendo ai propri doveri, avranno il compito di fotografare la situazione. Non muovano le mani e non aprano bocca: tengano invece pronte le macchine fotografiche. Quando vedono che la polizia e i suoi funzionari non stanno assolvendo alle proprie responsabilità, oppure che gli Ahmadi vengono sottoposti a ingiustizie e aggressioni, fotografino immediatamente la situazione e conservino le immagini.
Se dunque le notizie che mi sono giunte sono vere, e se queste persone intendono davvero provocare disordini e violenze, dopo questo annuncio sarete messi alla prova e si vedrà fino a che punto siete pronti a sacrificare la vostra vita per la religione».
Al-Fazl, 23 ottobre 1934.
Pochi giorni dopo, descrivendo la situazione, Hazrat Musleh Maud (ra) affermò:
«Dovete ricordare che questo è un momento molto delicato. L’opposizione giunge da ogni parte, ed è vostro dovere affrontarla salvaguardando l’onore e la dignità della Comunità. […] Quale torto abbiamo mai fatto al Paese o al governo, perché ci venga riservato un trattamento tanto ostile e rancoroso? […]
Non abbiamo assalito la casa di nessuno, non abbiamo chiesto al governo di cederci il suo potere, non abbiamo sottratto i beni alla popolazione. Al contrario, […] molti di noi hanno ceduto ad altri proprietà di grande valore e sono venuti a Qadian per poter invocare il nome di Dio in pace. Eppure continuiamo a essere attaccati, e anche il governo vuole legarci le mani e gettarci davanti a loro. Nessuno si domanda quale sia la nostra colpa».
Sermone del venerdì del 26 ottobre 1934; Al-Fazl, 1º novembre 1934.
In un’altra occasione, ricordando le circostanze nelle quali nacque l’iniziativa, disse:
«[…] Questo è per noi un periodo estremamente delicato. Mi accade, per decine di notti, di avere la sensazione, mentre sono disteso, di stare per perdere il senno; allora mi alzo e comincio a camminare.
Non soltanto stanno accadendo fatti molto pericolosi, ma vi sono anche cose che non possiamo riferire. […] Si stanno preparando contro la Comunità mezzi dei quali nessuno, tranne me, è a conoscenza. […] Ritengo dunque che questo sia un momento in cui abbiamo bisogno di un grande sacrificio. […]
Oggi l’avversario sta facendo ogni sforzo per abbattere anche la nostra bandiera e impiega tutte le proprie forze per far cadere la bandiera che il Messia Promesso (as) ci ha affidato.
È ora nostro dovere continuare a tenerla nelle mani; e, se le mani ci vengono recise, stringerla con i piedi. Se uno perde la vita nell’adempimento di questo dovere, un altro si alzi e afferri la bandiera. […]
Ricordate! Nessuno può annientare chi è pronto a morire per Allah l’Altissimo. Tenete bene a mente questa verità: quando avrete deciso di morire per Allah l’Altissimo, nessuna potenza del mondo potrà annientarvi.
Sì, potrete incontrare quella morte che incontrano coloro che credono sinceramente nei profeti, ma non potrete morire da sconfitti. Poiché chiunque voi affrontiate sarà ridotto in frantumi, e anche chiunque si scagli contro di voi sarà ridotto in frantumi».
Resoconto della Majlis-e-Shura del 19–21 aprile 1935, discorso conclusivo.
Tre disposizioni fondamentali
Successivamente, nel sermone del venerdì del 9 novembre 1934, prima di presentare formalmente alla Comunità le richieste dell’iniziativa, impartì tre disposizioni di grande importanza:
«Prima disposizione: chiunque abbia arretrati nei propri contributi, e ogni comunità locale che abbia arretrati nei contributi, li saldi immediatamente e, per il futuro, dia prova di regolarità nei versamenti.
Seconda disposizione: entro questa settimana, chiunque abbia litigato con qualcuno o abbia smesso di parlargli vada dal proprio fratello, gli chieda perdono e si riconcili con lui.
Se l’altro non lo perdona, gli chieda perdono con insistenza e umiltà e si mostri pienamente umile davanti a lui, affinché nel suo cuore nasca la compassione ed egli allontani il rancore.
Si faccia in modo che, quando mi alzerò per il secondo annuncio, non vi siano due Ahmadi che abbiano litigato tra loro, né due Ahmadi che non si parlino.
Andate dunque e purificate i vostri cuori. Andate, chiedete perdono ai vostri fratelli e unitevi. Andate ed eliminate ogni divisione e discordia tra voi. Allora gli angeli di Allah l’Altissimo scenderanno in vostro aiuto; gli eserciti celesti scenderanno per combattere i vostri avversari, e il vostro avversario sarà considerato un avversario di Dio.
Terza disposizione: ho bisogno immediatamente, quanto prima, di uomini pronti a lasciare la propria patria per la Comunità, a esporre la propria vita ai pericoli e ad affrontare ogni difficoltà, anche la fame e la sete, senza ricevere uno stipendio.
Annuncio dunque che i giovani pronti a svolgere questi compiti presentino i propri nomi.
Quanto alle loro qualifiche, desidero precisare che devono essere studiosi religiosi diplomati alla Madrasa Ahmadiyya, oppure aver superato almeno l’esame di accesso agli studi superiori, o essere laureati. […]
La condizione è che non siano dipendenti pubblici, commercianti o studenti. Devono essere soltanto giovani che si trovano a casa in attesa di un impiego».
Al-Fazl, 18 novembre 1934.
Gli impegni richiesti dalla Tahrik-e-Jadid
Successivamente, nei tre sermoni del 23 novembre, del 30 novembre e del 7 dicembre 1934, Hazrat Musleh Maud (ra) presentò dettagliatamente il proprio progetto alla Comunità. In un annuncio pubblicato il 16 dicembre 1934 gli attribuì il nome di «Tahrik-e-Jadid».
Inizialmente il progetto comprendeva diciannove richieste. In seguito ne furono aggiunte altre otto, portando il totale a ventisette.
Abdur Rahman Anwar Sahib, che fu anche segretario privato di Hazrat Musleh Maud (ra) e prestò servizio come Wakil-ud-Diwan della Tahrik-e-Jadid, raccolse e fece pubblicare queste ventisette richieste durante la vita di Hazrat Musleh Maud (ra), con il titolo Mutalabat-e-Tahrik-e-Jadid.
La quarta edizione del libro fu pubblicata nel dicembre 1948 e comprendeva 184 pagine. Sebbene io abbia tratto queste richieste dalle fonti originali, le richieste dalla ventiduesima alla ventiquattresima sono state riprese da questo libro.
Queste richieste sono state formulate dopo un’attenta riflessione
Hazrat Musleh Maud (ra) affermò:
«Queste sono le richieste che desidero presentare alla Comunità. Ognuna di esse è stata formulata dopo una lunga riflessione, e non ve n’è neppure una che non contribuisca al progresso della Comunità.
Ognuna è un seme: un seme destinato a crescere grandemente, a diventare un albero imponente e a prevalere sugli avversari. Nessuna di queste cose può essere trascurata, e non ve n’è una senza la quale l’edificio del nostro progresso possa dirsi completo.
Dico dunque ai membri della mia Comunità: ciascuno partecipi a ciò che gli è possibile, cercando così di avvicinare il momento del progresso della Comunità e di ottenere la ricompensa di Allah l’Altissimo».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
Le richieste della Tahrik-e-Jadid nelle parole di Hazrat Musleh Maud (ra)
1. Condurre una vita semplice
Affermò:
«A partire da oggi, per tre anni, […] ogni Ahmadi che desideri partecipare con noi a questa lotta si impegni a consumare una sola pietanza da accompagnare al pane o al riso.
Il pane con una pietanza, oppure il riso con una pietanza, non saranno considerati due cibi: insieme costituiranno un unico pasto. Non sarà però consentito accompagnare il pane con due pietanze, né il riso con due pietanze. […]
Quanto all’abbigliamento, non mi è venuta in mente una disposizione particolare. Darò però alcune indicazioni generali. Per esempio, chi possiede abiti sufficienti non ne faccia confezionare altri finché quelli che ha non siano consumati. Chi abitualmente fa confezionare molti abiti nuovi riduca tale quantità alla metà, ai tre quarti o ai quattro quinti. […]
Quanto alle cure, ho già detto che i medici tradizionali e i dottori dovrebbero prescrivere rimedi poco costosi. […]
Vi sono poi le spese per il cinema e gli spettacoli. A questo proposito ordino a tutta la Comunità che, per tre anni, nessun Ahmadi vada al cinema, al circo, a teatro o, in generale, a uno spettacolo. […]
Quanto ai matrimoni, poiché si tratta di una questione legata ai sentimenti e alle circostanze, non posso stabilire un limite dicendo che non si debba superare un determinato numero di abiti o di gioielli. Si tenga però presente che, durante questi tre anni, se ne dovranno offrire meno».
Sermone del venerdì del 23 novembre 1934; Al-Fazl, 29 novembre 1934.
2. Il fondo Amanat
Affermò:
«La seconda richiesta, che in realtà si fonda sulla prima, è che si formi un gruppo di membri sinceri della Comunità disposto a versare nel Bait-ul-Mal, per tre anni, da un quinto a un terzo del proprio reddito a beneficio della Comunità.
La modalità sarà questa: da tale quota potranno detrarre tutto ciò che versano nei diversi contributi, ciò che spendono in altre opere meritorie e le quote sottoscritte nella Commissione Dar-ul-Anwar, escludendo il costo dei giornali e simili. La somma restante dovrà essere depositata presso la Sadr Anjuman Ahmadiyya come fondo affidato a questa iniziativa».
Sermone del venerdì del 23 novembre 1934; Al-Fazl, 29 novembre 1934.
3. Rispondere alle pubblicazioni denigratorie degli avversari
Affermò:
«La terza richiesta è questa: per affrontare l’avversario è oggi molto importante rispondere alle pubblicazioni denigratorie che diffonde contro di noi, oppure far conoscere adeguatamente alle persone il nostro punto di vista e rimuovere gli ostacoli che vengono posti sulla via del nostro progresso.
Anche per questo occorrono un’organizzazione specifica, denaro, persone e metodi di lavoro. Non esporrò qui il metodo: lo illustrerò alla commissione che sarà costituita per questo scopo. […]
Il compito di questa commissione sarà contrastare la propaganda dell’avversario con una corrispondente attività di divulgazione, seguendo le indicazioni che fornirò. Essa dovrà però operare secondo criteri commerciali. La distribuzione gratuita delle pubblicazioni non rientrerà nel suo ambito di attività».
Sermone del venerdì del 23 novembre 1934; Al-Fazl, 29 novembre 1934.
4. Diffondere il messaggio al di fuori dell’India
Affermò:
«La quarta richiesta è che, nei momenti di difficoltà, una comunità ha bisogno di espandersi. Nel Sacro Corano, Allah l’Altissimo dice ai musulmani: se a Mecca vi è tanta ostilità contro di voi, perché non uscite e non vi diffondete in altri Paesi? Se uscirete, Allah l’Altissimo vi aprirà molte vie di progresso.
Oggi vediamo che anche nel governo vi è una componente che vuole schiacciarci, e così pure tra la popolazione. Che cosa sappiamo noi di dove avrà inizio la nostra vita civile come comunità?
Qadian è certamente il nostro centro religioso, ma che cosa sappiamo di dove si troverà il centro della nostra forza e della nostra prosperità? Potrebbe essere in un’altra città dell’India, oppure in Cina, in Giappone, nelle Filippine, a Sumatra, a Giava, in Russia, in America: insomma, in qualsiasi Paese del mondo.
Quando dunque sappiamo che alcune persone vogliono umiliare e schiacciare la Comunità senza motivo, diventa nostro preciso dovere andare altrove e cercare dove abbia inizio la nostra vita civile.
Che cosa sappiamo di quali popolazioni accetteranno immediatamente l’Ahmadiyya? E che cosa sappiamo di dove la Comunità potrà acquisire una forza tale da impedire all’avversario di continuare a nuocerle? […]
I movimenti religiosi si trovano inevitabilmente, a un certo punto, sotto il tiro delle artiglierie del mondo; anch’essi non possono progredire senza passare sotto l’ombra della spada dell’oppressione.
È quindi necessario che abbiano ramificazioni in diversi Paesi, affinché, mentre in un luogo sono bersaglio di persecuzioni, in un altro possano progredire in pace, e affinché la loro letteratura religiosa sia protetta dagli attacchi dell’avversario.
Chiunque consideri questa Comunità un movimento celeste dovrà essere pronto a questo. Chi non comprende tale punto, in realtà non comprende affatto la Comunità.
In definitiva, la Comunità Ahmadiyya non può ritenersi al sicuro in un solo luogo. Finché non cercheremo una presenza in tutti i Paesi, non potremo avere successo».
Sermone del venerdì del 23 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 29 novembre 1934.
5. Contribuire economicamente a un progetto specifico di predicazione
Affermò:
«La quinta richiesta di sacrificio che rivolgo alla Comunità è questa: ho in mente un progetto di predicazione che comporterà una spesa di cento rupie al mese; occorrono dunque milleduecento rupie.
Gli amici che possono contribuire anche a questo lo facciano. Autorizzo anche le persone con pochi mezzi a partecipare: potranno contribuire a questa iniziativa offrendo cinque rupie ciascuna».
Sermone del venerdì del 23 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 29 novembre 1934.
6. Un’indagine sulle possibilità di diffusione del messaggio
Affermò:
«La sesta richiesta è che cinque persone, scelte tra coloro che si sono dedicati al servizio, vengano incaricate di percorrere in bicicletta tutto il Punjab e di inviare al centro relazioni dettagliate sulle possibilità di diffusione della Comunità.
Per esempio: come si possa raggiungere efficacemente la popolazione di una determinata zona; a quali persone influenti si possa presentare il messaggio per favorire in modo particolare la diffusione dell’Ahmadiyya; quali legami di parentela esistano tra gli abitanti di certe località e gli Ahmadi di altre, affinché questi ultimi possano essere inviati a predicare presso i propri parenti, e così via.
Le cinque persone che viaggeranno in bicicletta dovranno possedere la qualifica di Maulvi Fazil oppure aver superato l’esame di accesso agli studi superiori. Si dedicheranno a questo servizio per tre anni e riceveranno quindici rupie al mese.
La predicazione non sarà il loro compito principale: il loro compito principale sarà individuare i luoghi adatti alla predicazione. Elaboreranno mappe delle possibilità di diffusione del messaggio. In altre parole, come il governo svolge rilevamenti del territorio, esse condurranno un’indagine sul Punjab dal punto di vista della predicazione.
Sommando i loro compensi alle spese di riparazione delle biciclette e alle altre spese, il costo sarà di cento rupie al mese. La somma complessivamente richiesta ammonta così a ventisettemilacinquecento rupie, delle quali diciassettemilacinquecento sono necessarie immediatamente».
Sermone del venerdì del 23 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 29 novembre 1934.
7. Dedicare i periodi di congedo al servizio religioso
Affermò:
«Presento ora la settima richiesta. Considerando le attuali necessità della predicazione, tutte le richieste che ho già avanzato non sono ancora sufficienti a soddisfarle. […]
Per ampliare la predicazione occorre un nuovo gruppo di predicatori. Propongo quindi che i dipendenti pubblici prendano tre mesi di congedo e si mettano a disposizione, affinché possano essere inviati in luoghi che non abbiano alcun legame con il loro impiego.
Per esempio, chi lavora nel distretto di Gurdaspur venga inviato nel distretto di Amritsar; chi lavora nel distretto di Amritsar operi in quello di Kangra o di Hoshiarpur.
In altre parole, lavori fuori dalla zona del proprio impiego, in un luogo dove l’Ahmadiyya non si è ancora diffusa, e vi trascorra tre mesi dedicandosi alla predicazione.
Ritengo che, per una Comunità che dichiara di essere pronta a ogni sacrificio della vita e dei beni, non sia una richiesta eccessiva trovare quattrocento persone disposte a trascorrere i propri tre mesi di congedo al servizio della religione in un altro luogo, anziché nelle proprie case.
Anche lì potranno riposarsi dal lavoro abituale. Il beneficio ulteriore sarà che le buone azioni della comunità costituita grazie a loro saranno registrate anche nel libro delle loro azioni. […]
Queste persone dovranno sostenere le proprie spese, come avvenne durante l’iniziativa dei Malkana. Faremo in modo di inviarle a distanze tali che le spese di viaggio non risultino difficili da sostenere.
Se qualcuno verrà inviato molto lontano, la Comunità si farà carico di una parte delle spese di viaggio; le altre spese, per il cibo, le bevande e l’abbigliamento, saranno sostenute personalmente. Non riceveranno stipendio né rimborso del viaggio, salvo coloro che saranno inviati molto lontano».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
8. Dedicare la propria vita al servizio
Affermò:
«Si presentino giovani disposti a dedicare tre anni della propria vita. […]
Ritengo che questo spirito di sacrificio — dedicare sé stessi per tre anni al servizio della religione — sia ben poca cosa secondo le esigenze dell’Islam e della fede, ma sia straordinario rispetto alle condizioni dell’epoca presente. […]
I giovani dotati di coraggio ed entusiasmo che non trovino posto nel mio progetto si rechino dunque, di propria iniziativa, nelle zone dove l’Ahmadiyya non si è ancora diffusa e viaggino al loro interno predicando. […]
Portino con sé alcuni medicinali comuni e curino anche le malattie ordinarie il cui trattamento non comporti rischi. Si potranno insegnare loro queste semplici cure e fornire medicinali poco costosi».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
9. Dedicare le ferie stagionali al servizio religioso
Affermò:
«La nona richiesta a questo proposito riguarda i periodi di ferie. Alcuni lavoratori, come gli insegnanti, non possono ottenere un congedo di questo genere; altri non hanno accumulato tre mesi di ferie, oppure il loro ufficio non intende concederli.
Queste persone dedichino al servizio le ferie stagionali o gli altri giorni di congedo ai quali hanno diritto. Saranno assegnate a un’attività in una zona vicina.
Ritengo che, se gli amici impiegassero anche soltanto le proprie ferie nella predicazione in modo appropriato, in breve tempo la situazione potrebbe trasformarsi completamente.
Ogni persona ragionevole deve usare correttamente le proprie energie. Quando lo fa, molte cose che altrimenti farebbero perdere tempo e indebolirebbero le forze diventano invece un mezzo per accrescerle».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
In un’altra occasione affermò:
«Dedicate le vostre vite al servizio della religione e riservate ogni anno uno, due o tre mesi alla predicazione, affinché possiate essere inviati in diverse località per uno, due o tre mesi. […]
Invito tutti i dipendenti, i proprietari terrieri, i commercianti, i professionisti e quanti possono ottenere ferie a dedicare alla predicazione uno, due o tre mesi, secondo il tempo che ciascuno può offrire. […]
Consiglio dunque agli amici di dedicare le proprie ferie alla predicazione».
Discorso del 26 dicembre 1935, pubblicato in Al-Fazl, 14 marzo 1936.
10. Le persone che ricoprono una posizione riconosciuta tengano conferenze
Affermò:
«La decima richiesta è che le persone che, per il proprio incarico, le proprie conoscenze o altre ragioni, godono di una posizione riconosciuta — medici, avvocati o persone impegnate in altre professioni e occupazioni rispettate — si mettano a disposizione, affinché possano essere inviate, oltre ai missionari, alle riunioni organizzate in diverse località.
Ho osservato che molte persone pensano: i maulvi vengono, tengono discorsi e se ne vanno, perché questa è la loro professione.
Non vedono i sacrifici dei nostri maulvi e li giudicano prendendo come termine di paragone i propri. Eppure vi è una grande differenza tra i loro maulvi e i nostri: i nostri sono veri studiosi, mentre i loro sono semplicemente ignoranti. Le persone, tuttavia, guardano l’aspetto esteriore e affermano che i maulvi Ahmadi sono uguali agli altri.
Se invece a parlare è un avvocato, un medico o una persona che ricopre un altro incarico, il pubblico comprenderà che tutti i membri di questa Comunità, a qualunque categoria appartengano, hanno interesse per la religione e la conoscono.
Anche se diranno le stesse cose che espongono i maulvi, le loro parole avranno un effetto molto maggiore».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
11. Costituire un fondo di riserva
Affermò:
«L’undicesima richiesta è questa: una volta avevo proposto di costituire un fondo di riserva di due milioni e mezzo di rupie, creando così una fonte di entrate con cui affrontare le attività impreviste e urgenti.
Attualmente il nostro bilancio è tale che non possiamo destinare fondi a queste attività. Considerate quanto grande sia l’agitazione in corso; eppure, talvolta, anche una spesa di appena dieci rupie incontra ostacoli, perché si teme di superare la somma prevista dal bilancio. […]
In realtà, il compito del Khalifa è intraprendere iniziative sempre nuove e aprire nuove vie per la diffusione dell’Islam, ma per questo non esiste un bilancio. Tutto il bilancio è destinato alle questioni amministrative, ossia alla Sadr Anjuman.
Il risultato è che il progresso della Comunità avviene in modo occasionale e non si aprono nuove vie. […]
Per le attività impreviste occorre invece una somma molto grande, capace di produrre un reddito adeguato. Dopo aver sostenuto con quel reddito le spese straordinarie, ciò che rimane dovrà essere impiegato per rafforzare il fondo stesso, affinché sia disponibile quando necessario. […]
La Comunità deve ricordare che, finché il Khalifa non avrà a disposizione una somma molto consistente per le attività impreviste, non sarà possibile realizzare quelle opere che consolidano l’espansione e la grandezza della Comunità».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
12. I pensionati si mettano a disposizione per il servizio religioso
Affermò:
«La dodicesima richiesta è questa: quando queste attività saranno avviate, aumenterà anche il lavoro presso il centro. […]
Nelle condizioni attuali non è possibile portare avanti il lavoro senza ulteriori collaboratori. Ma, se il bilancio è già insufficiente, come possiamo assumerne altri?
Invito dunque le decine di persone che percepiscono una pensione e rimangono a casa a riflettere sul fatto che Dio ha offerto loro l’opportunità di ricevere una pensione dall’autorità minore e di lavorare per l’Autorità maggiore, ossia di servire la religione.
Che cosa potrebbe esserci di meglio per loro? Vi sono decine di persone che percepiscono una pensione e non hanno occupazioni nelle proprie case. Dico loro di dedicarsi al servizio della religione».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
13. Inviare i figli al centro per la loro istruzione
Affermò:
«La tredicesima richiesta è che gli amici residenti altrove mandino i propri figli a studiare a Qadian, nella scuola superiore o nella Madrasa Ahmadiyya, secondo la loro scelta.
Da tempo osservo che gli amici di altre località inviano pochi figli alle nostre scuole centrali. […] In questo modo, però, i nostri figli non ricevono la formazione che desideriamo.
La mia esperienza è che, tra i ragazzi che hanno studiato qui, anche alcuni la cui condotta non era stata pienamente riformata, salvo le eccezioni volute da Allah, quando si è presentata l’occasione del sacrificio si sono immediatamente rivolti al servizio della religione e si sono offerti per il sacrificio.
Questo è l’effetto del loro soggiorno a Qadian.
Un ragazzo fu da me allontanato da Qadian più volte a causa della sua condotta sregolata. Quando però tornò nella propria regione, le persone che venivano da lì ci dicevano sempre che, per il suo entusiasmo e la sua dedizione al servizio della religione, era per loro un esempio.
Si ammalò di tubercolosi, al punto da avere perdite di sangue; eppure, anche in quelle condizioni, continuava a dedicarsi attivamente alla predicazione, e le persone dicevano che il suo esempio era di altissimo livello.
In breve, nei figli cresciuti a Qadian viene piantato un seme, e l’amore per la Comunità si radica nei loro cuori a tal punto che, qualunque sia la loro condizione, quando si leva l’appello al servizio della religione, nasce dentro di loro la risposta: “Eccomi!”, salvo le eccezioni volute da Allah.
In questo momento, tuttavia, rivolgo questo invito per uno scopo preciso. Si mettano a disposizione quei genitori che ci autorizzino a organizzare la vita dei loro figli secondo una particolare modalità e un particolare metodo, lasciandoci adottare le disposizioni che riteniamo necessarie per porre l’accento sulla loro formazione religiosa».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
14. Consultare la Comunità sul futuro dei propri figli
Affermò:
«La quattordicesima richiesta riguarda alcune persone benestanti che desiderano offrire ai propri figli un’istruzione superiore.
Dirò loro che, anziché decidere secondo i desideri dei figli o consultare i propri amici, affidino alla Comunità le decisioni sul futuro dei propri ragazzi.
A questo scopo sarà costituita una commissione, alla quale verranno affidate tali decisioni. Ci si dovrà attenere alla decisione presa dalla commissione per ciascun ragazzo.
Attualmente accade che, se un ragazzo si prepara per l’Indian Civil Service, tutti gli altri seguono la stessa strada. Anche se tutti superassero l’esame, dove si potrebbero trovare posti sufficienti per ognuno?
Se invece i ragazzi vengono selezionati per attività differenti e preparati per esse, potranno avere maggiori possibilità di trovare un impiego e, nello stesso tempo, saranno soddisfatte le necessità della Comunità.
Nelle condizioni attuali, gli Ahmadi che aspirano a incarichi elevati non seguono un’organizzazione comune. Il risultato è che in alcuni settori gli Ahmadi sono numerosi, mentre altri ne sono del tutto privi.
Desidero dunque che l’istruzione superiore sia organizzata secondo un sistema. Si costituisca una commissione alla quale i genitori che desiderano offrire un’istruzione superiore presentino i nomi dei propri figli.
La commissione, considerando le condizioni di ciascun ragazzo, le sue capacità e le sue inclinazioni, deciderà: questo venga preparato per la polizia; quello studi ingegneria; un altro venga inviato a imparare un mestiere nel settore dell’elettricità; un altro intraprenda medicina; un altro entri nelle ferrovie, e così via.
Si assegnino cioè percorsi diversi, affinché non rimanga alcun settore nel quale gli Ahmadi non abbiano una presenza adeguata. Attualmente sono presenti soltanto in tre o quattro settori, mentre gli altri sono vuoti.
Ritengo che una modesta organizzazione in questo ambito possa dare alla Comunità una forza molto grande. Potranno essere salvaguardati quei ragazzi le cui vite vengono sprecate; diversi giovani che oggi non svolgono attività valide e di alto livello potranno cominciare a farlo, e si apriranno possibilità di avanzamento in vari settori».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
15. I disoccupati vadano nel mondo, si guadagnino da vivere e diffondano il messaggio
Affermò:
«La quindicesima richiesta, rivolta alla Comunità e in particolare ai suoi giovani, è questa: […] i giovani che rimangono a casa senza lavorare, consumando il cibo e facendo indebitare i genitori, lascino la propria terra e partano.
Quanto agli altri Paesi, se scelgono correttamente la destinazione, vi è una speranza di successo del novantanove per cento.
Uno vada in America, uno in Germania, uno in Francia, uno in Inghilterra, uno in Italia, uno in Africa: insomma, vada da qualche parte e tenti la propria fortuna.
Perché rimangono inoperosi nelle proprie case? Escano e guadagnino, traendone beneficio per sé e recando beneficio anche agli altri.
Chi non vuole andare troppo lontano cambi almeno località all’interno dell’India.
Non approvo però che alcuni giovani fuggano da casa senza informare i genitori. È una cosa molto grave. Chi desidera partire li informi e continui a dare notizie della propria salute e del proprio benessere.
Chi è di Madras vada nella regione di Bombay; chi è di Bombay vada nel Bihar; chi è del Punjab vada nel Bengala. Si rechino, insomma, in un’altra regione.
In città come Rangoon, Calcutta e Bombay possono guadagnare qualcosa anche con il commercio ambulante e impedire così che i genitori si indebitino.
E se qualcuno fallisce, forse non falliscono anche coloro che rimangono nella propria terra? Perché dunque non dovrebbero partire, impegnarsi e diventare persone utili alla Comunità, anziché restare inattivi nelle proprie case?»
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
16. Abituarsi a lavorare con le proprie mani
Affermò:
«La sedicesima richiesta è che gli amici della Comunità si abituino a lavorare con le proprie mani.
Ho osservato che molte persone considerano umiliante il lavoro manuale. Non è invece motivo di umiliazione, ma di dignità.
Considerarlo umiliante significherebbe ammettere che certi lavori degradano chi li svolge. Se fosse così, quale diritto avremmo di chiedere a un nostro fratello di fare un lavoro che noi consideriamo umiliante?
Ognuno di noi deve lavorare con le proprie mani.
Le persone ricche considerano persino disonorevole spostare un oggetto da un punto all’altro della propria casa. Eppure ho visto decine di volte il Messia Promesso (as) strofinare e lavare le stoviglie. Io stesso le ho strofinate e lavate decine di volte, e più volte ho lavato fazzoletti e altri piccoli indumenti. […]
Ricordo che ero ancora piccolo, avrò avuto sette o otto anni. Stavamo giocando all’aperto quando qualcuno uscì dalla nostra casa e cominciò a chiamare: “È arrivata la pioggia! Le formelle di sterco si bagneranno! Vieni subito e portale dentro!”
Hazrat Khalifatul Masih I (ra) passava di lì dopo aver tenuto una lezione. Chiese a quell’uomo: “Perché fai tanto rumore?”
Quello rispose: “Non trovo nessuno che porti dentro le formelle”.
Egli disse: “Non consideri me una persona?”
Poi prese il cesto, vi mise le formelle e le portò dentro. Molti altri si unirono a lui e in un momento furono tutte riparate.
Anche una parte di questa moschea fu fatta costruire da Hazrat Khalifatul Masih I (ra). Anch’io ho svolto un lavoro di questo genere, ma è passato molto tempo.
Ho esortato più volte i membri della mia Comunità a lavorare con le proprie mani, ma non prestano attenzione a sviluppare questa abitudine e a eliminare l’idea che uno sia il padrone e l’altro il lavoratore.
Se ricopriamo il ruolo di padroni perché Allah l’Altissimo ci ha posto in quella condizione, dobbiamo anche dimostrare di non ritenerlo un nostro diritto. Quando una persona pensa di avere il diritto di essere padrone, cessa di essere un credente».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
17. Non rimanere inattivi: svolgere qualunque lavoro disponibile
Affermò:
«La diciassettesima richiesta è che i disoccupati non rimangano inattivi. Se non si trasferiscono fuori dalla propria terra, svolgano qualunque lavoro riescano a trovare, anche il più modesto.
Comincino magari a vendere giornali e libri, oppure a raccogliere denaro per il fondo di riserva. Nessuno rimanga inattivo, anche se guadagna soltanto due rupie al mese, perché due sono comunque più di zero.
Alcuni laureati dicono: “Siamo disoccupati, non troviamo lavoro”.
Dico loro: se potete guadagnare anche soltanto due rupie, guadagnatele. Da tutta l’aritmetica che ho studiato, ho imparato proprio questo: due rupie sono più di zero.
In breve, nessun Ahmadi rimanga improduttivo. Deve necessariamente svolgere qualche attività».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
In un’altra occasione affermò:
«Richiamo l’attenzione della Comunità sul fatto che la Tahrik-e-Jadid non potrà condurvi al successo finché non lavorerete con impegno instancabile, giorno e notte. […]
Vi consiglio nuovamente di abituarvi al lavoro e di abbandonare l’abitudine all’inattività. Smettete di organizzare incontri inutili per chiacchierare e parlare a vuoto.
Non sprecate il tempo con il narghilè e altre abitudini futili di questo genere; cercate invece di lavorare quanto più possibile».
Sermone del venerdì del 22 gennaio 1937, pubblicato in Al-Fazl, 3 febbraio 1937.
18. Costruire una casa presso il centro
Affermò:
«La diciottesima richiesta che rivolgo agli amici residenti altrove è di cercare di costruire una casa a Qadian.
Finora, per grazia di Allah l’Altissimo, centinaia di persone hanno costruito una casa, ma vi è ancora molto spazio.
Man mano che crescerà la popolazione Ahmadi di Qadian, il nostro centro progredirà e diminuirà la componente non Ahmadi.
Vi sono soltanto due modi perché tale componente diminuisca: che se ne vada, cosa che non dipende da noi; oppure che, aumentando la nostra popolazione, diminuisca la sua proporzione rispetto al totale, e questo dipende da noi.
Se continueremo a crescere, la proporzione della componente non Ahmadi diminuirà automaticamente.
Ricordate però che Allah l’Altissimo ha designato Qadian come centro della Comunità Ahmadiyya. La sua crescita deve quindi seguire orientamenti che siano utili alla Comunità».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
19. Pregare
Affermò:
«Rimane un’altra cosa che riguarda tutti, benché le persone con pochi mezzi possano parteciparvi maggiormente.
Per quanti mezzi materiali si possano predisporre, rimangono pur sempre mezzi materiali. Il nostro progresso non dipende da essi: avverrà invece attraverso i mezzi divini.
Benché questo ambito sia il più importante, l’ho lasciato per ultimo: è l’ambito della preghiera.
Coloro che non possono partecipare a queste richieste né agire secondo esse preghino in modo particolare affinché Allah l’Altissimo conceda a chi può lavorare la capacità di farlo e benedica le sue opere. […]
Alle persone con disabilità, che vengono nutrite dagli altri e hanno bisogno dell’aiuto altrui anche per i propri bisogni fisiologici, e ai malati costretti a letto che dicono: “Se soltanto avessimo forza e salute, anche noi serviremmo la religione in questo momento”, dico che Allah l’Altissimo ha creato anche per loro un’opportunità di servizio.
Bussino alla porta di Allah l’Altissimo attraverso le loro preghiere e, pur rimanendo a letto, scuotano il Suo Trono, affinché giungano il successo e la vittoria.
A coloro che non sanno leggere e scrivere e che, oltre a questo, hanno difficoltà di comprensione e si rammaricano pensando: “Se soltanto fossimo studiosi, se soltanto avessimo una mente acuta, anche noi partiremmo per predicare la religione”, dico che anch’essi hanno un Dio.
Egli non guarda alla raffinatezza delle espressioni né all’elevatezza dei discorsi: guarda invece al cuore.
Preghino nel loro modo semplice e spontaneo. Allah l’Altissimo ascolterà le loro preghiere e li aiuterà. […]
Nessuno pensi dunque di non essere capace di esprimersi con eloquenza, perché Allah l’Altissimo non guarda alle parole.
Ascolta chi Lo supplica con parole elevate, ma apre la porta della Sua risposta anche a chi bussa con parole esitanti e imperfette, e ascolta la preghiera di chi Lo invoca.
Per coloro che, a causa di impedimenti o disabilità, non possono contribuire a soddisfare nessuna delle altre richieste, ho dunque indicato una proposta alla quale tutti possono partecipare. Ed è la proposta più elevata e più necessaria».
Sermone del venerdì del 30 novembre 1934; Al-Fazl, 9 dicembre 1934.
Le richieste della seconda fase della Tahrik-e-Jadid
Affermò:
«Lo scopo del mio appello per la seconda fase della Tahrik-e-Jadid è proprio quello di affermare nel mondo gli insegnamenti islamici.
Oggi gli insegnamenti islamici sono stati cancellati, e noi ci rassicuriamo dicendo che la loro attuazione dipende dal governo.
In realtà, però, le questioni che dipendono dal governo sono pochissime e il loro ambito è molto limitato. La maggior parte degli insegnamenti può essere messa in pratica anche senza il governo.
Coltivare nel cuore l’amore per Allah l’Altissimo, la fede nella Sua Unicità e il desiderio di conoscerLo, e impegnarsi per questo; sviluppare in sé le qualità che riflettono gli attributi divini e poi diffonderle nel mondo; cercare di ottenere la vicinanza divina; essere affidabili, onesti e retti: vi sono centinaia di cose di questo genere che non hanno alcun rapporto con il governo».
Sermone del venerdì del 14 gennaio 1938; Al-Fazl, 21 gennaio 1938.
20. Affermare un modo di vivere conforme all’Islam
Affermò:
«Lo scopo fondamentale della missione del Messia Promesso (as), comunicatogli nella rivelazione, è proprio questo: yuhyi-d-dina wa yuqimu-sh-shari’ah, ossia: “Egli farà rivivere la religione e affermerà la legge religiosa”.
In ogni luogo si riuniscano tutti gli amici e si rinnovi il loro impegno a vivere secondo il modo di vivere islamico e i suoi insegnamenti, rafforzando le proprie fondamenta mediante la rinascita della religione e l’attuazione della legge religiosa.
Si affermi così, nel più breve tempo possibile, quel modo di vivere che la vera religione intende instaurare e per il quale il Messia Promesso (as) è stato inviato».
Sermone del venerdì del 14 gennaio 1938; Al-Fazl, 21 gennaio 1938.
21. Consolidare l’onestà della Comunità nel suo insieme
Affermò:
«Se la nostra Comunità affermerà la propria onestà e si costruirà una reputazione in questo ambito, le difficoltà economiche potranno risolversi da sole.
In tal caso, le persone verranno spontaneamente ad affidarle il proprio denaro.
Finché tra i musulmani prevalse l’onestà, il commercio seguiva proprio questo principio. Quando una carovana di mercanti si preparava a partire, le persone venivano a consegnare denaro; al ritorno, i mercanti distribuivano loro i profitti.
Se dunque le persone avranno la certezza che il proprio denaro rimarrà al sicuro nelle mani altrui, non soltanto gli Ahmadi, ma anche gli appartenenti ad altre comunità potranno affidarlo volentieri.
Questo risultato, tuttavia, non può essere ottenuto soltanto con l’onestà individuale. È l’onestà collettiva a creare una reputazione. Le persone saranno pronte ad affidare il proprio denaro soltanto quando sarà generalmente riconosciuto che un Ahmadi non può essere disonesto.
Se manterrete un livello elevato di sincerità, quando una persona vi accuserà, cento si alzeranno per smentirla e diranno: “Assolutamente no! Gli Ahmadi non possono essere bugiardi”.
Sul piano morale vi sono quattro principi fondamentali: onestà, sincerità, laboriosità e sacrificio. Se svilupperete in voi queste quattro qualità, potrete certamente avere successo».
Sermone del venerdì del 14 gennaio 1938; Al-Fazl, 21 gennaio 1938.
22. Tutelare i diritti delle donne
Affermò:
«Si riconoscano pienamente i diritti delle donne e si presti loro particolare attenzione.
Soprattutto quando vi è più di una moglie, è necessario tenere in speciale considerazione i loro sentimenti.
Pertanto, o non si contragga un secondo matrimonio oppure, se lo si contrae, si agisca con piena giustizia. Se non si riesce a essere giusti, si divorzi da una delle due. […]
L’Ahmadi che non riesce a essere giusto tra due mogli non è un Ahmadi».
Mutalabat-e-Tahrik-e-Jadid, raccolta di Abdur Rahman Anwar Sahib, edizione 1946, p. 136.
23. Mantenere pulite le strade
Affermò:
«Si lavori con le proprie mani per rendere tutte le strade ampie e regolari, livellare i punti sconnessi ed eliminare la sporcizia, affinché chiunque le veda comprenda immediatamente che si tratta di un quartiere o di un villaggio della Comunità Ahmadiyya».
Mutalabat-e-Tahrik-e-Jadid, raccolta di Abdur Rahman Anwar Sahib, edizione 1946, p. 136.
24. Istituire il Dar-ul-Qaza Ahmadiyya
Affermò:
«A eccezione delle controversie che la legge impone di portare davanti ai tribunali, tutte le altre siano risolte secondo la legge islamica.
Per soddisfare questa necessità, in ogni comunità locale si costituiscano consigli e commissioni».
Mutalabat-e-Tahrik-e-Jadid, raccolta di Abdur Rahman Anwar Sahib, edizione 1946, p. 137.
25. Dedicare i figli al servizio della religione
Affermò:
«Il sacrificio di Hazrat Ibrahim (as) ci insegna che, offrendo i propri figli, la discendenza si accresce.
Se qualcuno desidera che la propria discendenza cresca e si diffonda, e che lui e le generazioni che verranno dopo di lui ricevano onore, la via è offrire i propri figli al servizio della religione.
È un principio del quale i nostri amici dovrebbero trarre beneficio.
Se desiderano che la loro discendenza si diffonda nel mondo e che il loro nome continui a essere ricordato con onore per migliaia di anni, seguano l’esempio di Ibrahim.
Bisogna inoltre ricordare che Allah l’Altissimo non aveva alcun legame di parentela con Hazrat Ibrahim (as) per il quale gli abbia concesso tante benedizioni.
Chiunque segua le sue orme e offra sé stesso e i propri figli sulla via di Allah l’Altissimo può partecipare alle benedizioni che Allah concesse a Hazrat Ibrahim (as).
Il segno minimo della fede dovrebbe essere che ogni famiglia offra un figlio maschio. Chi non fa neppure questo, pur non dicendolo apertamente per vergogna e pudore, con il proprio comportamento afferma:
فَاذۡہَبۡ اَنۡتَ وَرَبُّکَ فَقَاتِلَاۤ اِنَّا ہٰہُنَا قٰعِدُوۡنَ
“Andate dunque tu e il tuo Signore e combattete; noi resteremo qui seduti”. (Al-Ma’idah, 5:25) […]
Rivolgo un invito permanente: così come ogni Ahmadi considera un proprio obbligo versare i contributi, consideri un proprio obbligo dedicare qualcuno al servizio della religione.
Coloro che non hanno figli, oppure hanno figli ormai grandi, o hanno soltanto figlie e nessun figlio maschio, sostengano le spese mensili di un predicatore rurale o di uno studente della Madrasa Ahmadiyya; oppure più amici si uniscano per sostenere le spese di uno studente».
Sermone di Eid-ul-Adha del 9 gennaio 1941; Al-Fazl, 17 gennaio 1941.
26. Dedicare i propri beni e redditi al servizio della religione
Affermò:
«Ora che Allah l’Altissimo ha posto una base per la vittoria dell’Islam, questo significa certamente che sta per chiederci nuovi sacrifici per la diffusione dell’Islam e dell’Ahmadiyya.
Senza dubbio tutta la Comunità versa contributi, e ne versa molti; compie sacrifici, e ne compie molti. Questi sacrifici, tuttavia, non sono sufficienti per la diffusione dell’Islam.
Propongo dunque — e, in conformità a questa proposta, offro per primo me stesso — che alcuni di noi, ai quali Allah l’Altissimo conceda la capacità di farlo, dedichino i propri beni alla religione nel seguente modo: quando la Comunità li richiederà, non avranno alcuna esitazione a metterli a disposizione per la diffusione dell’Islam.
Per primo dedico i miei beni a questo scopo. […]
Coloro che non possiedono beni, ma desiderano partecipare a questa iniziativa, possono dedicare i propri redditi».
Sermone del venerdì del 10 marzo 1944; Al-Fazl, 14 marzo 1944.
27. Hilf-ul-Fudul: il patto per la difesa dei diritti
Affermò:
«In realtà, questa è una delle opere di bene più importanti dell’epoca presente.
Vediamo che, soprattutto oggi, i ricchi depredano i poveri e provano soddisfazione nel farlo. […] Forse proprio per questo Allah l’Altissimo ha richiamato l’attenzione su tale questione. […]
Si assuma questo impegno: non priveremo nessuno dei suoi diritti e, dovunque sapremo che qualcuno sta violando i diritti di un altro, ci recheremo sul posto. Che qualcuno ce lo chieda oppure no, interverremo certamente affinché gli siano riconosciuti i suoi diritti. […]
Allo stesso modo, alcuni membri della nostra Comunità si impegnino a sostenere l’onestà e l’affidabilità.
Dovunque vengano a sapere che una persona è privata dei propri diritti, che qualcuno lo chieda oppure no, si presentino come garanti e cerchino di far ottenere all’oppresso ciò che gli spetta».
Sermone del venerdì del 14 luglio 1944; Al-Fazl, 22 luglio 1944.
Sintesi delle richieste
Hazrat Musleh Maud (ra) affermò:
«Queste richieste possono essere riassunte in quattro punti.
Primo: sviluppare nei membri della Comunità una vita operosa, suscitando in particolare nei giovani consapevolezza ed entusiasmo per la conoscenza.
Secondo: fondare le attività della Comunità maggiormente sui sacrifici personali, anziché sul peso economico.
Terzo: costituire nella Comunità un fondo della Tahrik-e-Jadid tale da impedire che le difficoltà finanziarie ostacolino il lavoro di predicazione.
Quarto: richiamare l’attenzione della Comunità sulle attività di predicazione più di quanto sia stato fatto in passato».
Resoconto della Majlis-e-Mushawarat, aprile 1939, p. 3; citato in Mutalabat-e-Tahrik-e-Jadid, p. 4.
Affermò inoltre:
«La predicazione e l’istruzione accompagnata dalla formazione morale e spirituale sono due compiti di grandissima importanza. Entrambi sono stati tenuti presenti nella Tahrik-e-Jadid.
In considerazione dell’istruzione e della formazione sono state proposte una dieta semplice, un abbigliamento semplice, il lavoro con le proprie mani, la rinuncia al cinema, l’aiuto ai poveri, il convitto della Tahrik-e-Jadid, le disposizioni relative all’eredità e altre attività.
Sono tutte cose che non possono essere abbandonate in nessun momento».
Sermone del venerdì del 18 novembre 1938; quotidiano Al-Fazl, 24 novembre 1938.
Le richieste della Tahrik-e-Jadid e il dovere della Comunità
Affermò:
«Se avete accettato l’Ahmadiyya sinceramente; se credete che la Comunità Ahmadiyya sia vera; se ritenete che seguire Muhammad (sa) significhi seguire Allah l’Altissimo e che seguire il Messia Promesso significhi seguire Muhammad (sa), allora, o uomini e donne, collaborate con me agli scopi e agli obiettivi della Tahrik-e-Jadid e diventate Ansarullah, ausiliari di Allah.
Non cerco nulla per me stesso da voi.
Se metterete in pratica queste mie richieste, otterrete il compiacimento del vostro Dio; se non le metterete in pratica, attirerete su di voi il Suo dispiacere».
Al-Fazl, 16 giugno 1959; riferimento ad Anwar-ul-Ulum, vol. 15, p. 168.
Affermò:
«La nostra Comunità deve sempre tenere presente che, se pensa di poter avere successo nel mondo senza sacrifici e senza seguire la via della profezia, nessuno può essere più sconsiderato di lei. […]
Queste cose devono essere ripetute in ogni momento e a ogni istante alle vostre mogli, ai vostri figli, ai vostri amici, ai vostri cari e ai vostri parenti: quando vi alzate e vi sedete, quando camminate, quando dormite e siete svegli, quando mangiate e bevete.
Dovete renderli saldi nella convinzione che la nostra Comunità è stata fondata da Allah l’Altissimo e che le comunità fondate da Lui non progrediscono senza difficoltà.
Ripetete dunque queste cose e continuate a ripeterle, finché diventino il vostro richiamo costante e la vostra pratica quotidiana.
Se persino a un bambino piccolo venisse chiesto quale sia il mezzo per il progresso dell’Ahmadiyya, dovrebbe rispondere: “Non possiamo progredire senza sacrificio e senza essere pronti a dare la vita, e io sono pronto”.
Se venisse chiesto a una donna, anch’ella dovrebbe dare la stessa risposta.
In breve, queste convinzioni siano radicate nella mente di ciascuno, e attraverso di esse si creino nella Comunità un’atmosfera e una consapevolezza tali da rendere il sacrificio una cosa che non appare difficile».
Discorso di Hazrat Musleh Maud (ra) alla Majlis-e-Mushawarat, aprile 1938; Resoconto della Mushawarat, p. 138.
Affermò:
«Abbiamo ricevuto le liete notizie del progresso e del successo e, se Allah vuole, esse si realizzeranno certamente.
Per conseguirli, tuttavia, secondo il consueto operare di Allah, abbiamo bisogno di sacrifici e, secondo le disposizioni della legge religiosa, dobbiamo anche adottare determinate misure.
Dopo un’attenta riflessione ho deciso che, in generale, questi sacrifici non debbano essere imposti né resi obbligatori, ma siano volontari, affinché ciascuno possa operare secondo le proprie condizioni e la propria sincerità.
Nel presentare questo progetto, intendo chiedere volontari alla mia Comunità e chiamare coloro che desiderano partecipare volentieri a questa iniziativa.
Non vi è dubbio che, di conseguenza, alcune persone capaci di lavorare potrebbero non partecipare.
Tuttavia, chi possiede la capacità di lavorare e non partecipa dovrà risponderne davanti ad Allah l’Altissimo. Non sarà accettata la sua giustificazione secondo cui l’adesione all’iniziativa era stata lasciata alla libera scelta.
La partecipazione sarà volontaria, ma chi, pur essendo in grado di partecipare, non lo farà pensando che il Khalifa l’abbia dichiarata facoltativa, sarà chiamato a renderne conto in questo mondo, prima della morte, oppure nell’altro mondo, dopo la morte.
Sarà invece considerato esente chi, in buona fede, ritiene che le proprie condizioni non gli consentano di partecipare».
Sermone del venerdì del 9 novembre 1934, pubblicato in Al-Fazl, 18 dicembre 1934.
Fonte: Al-Fazl, 6 ottobre 2026. Traduzione dall’urdu.

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