Perché piangiamo al cospetto del nostro Signore?

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Tahir Wadood — 29 ottobre 2026

Allah Onnipotente afferma nel Sacro Corano:

وَیَخِرُّوۡنَ لِلۡاَذۡقَانِ یَبۡکُوۡنَ وَیَزِیۡدُہُمۡ خُشُوۡعًا

«Si prostrano con il volto a terra, piangendo, e ciò accresce la loro umiltà». (Sura Bani Isra’il, 17:110)

Piangiamo quando subiamo una perdita, quando soffriamo, per la gioia o persino quando si presenta davanti ai nostri occhi qualcosa che abbiamo a lungo desiderato. Ma perché piangere al cospetto del nostro Signore, che già conosce ciò che custodiamo nel cuore?

Il versetto citato non indica che piangere davanti ad Allah sia un segno di debolezza; è invece un segno di umiltà e di timore di Dio. Il cuore si volge allora alla ricerca della vicinanza del Signore, permettendoci di sottometterci pienamente a Lui e di realizzare così lo scopo stesso della nostra creazione.

Il Santo Profeta (sa) descrisse una volta «una persona che ricorda Allah in solitudine e i cui occhi si riempiono di lacrime». (Sahih al-Bukhari, Kitab al-azan, hadith n. 660)

Le lacrime sono un segno di sincerità e devozione verso Allah, nella consapevolezza che il nostro Signore è l’unico Essere che può rispondere a ogni nostra necessità. Il fervore sincero al cospetto del Signore si manifesta quando gli occhi cominciano a parlare e il cuore comincia a tremare.

Quando piangiamo davanti ad Allah, lo facciamo in uno stato di timore e umiltà, come disse il Santo Profeta (sa):

«Vi sono due occhi che il Fuoco non toccherà: un occhio che ha pianto per timore di Allah e un occhio che ha trascorso la notte facendo la guardia nella causa di Allah». (Jami‘ at-Tirmidhi, Kitab al-jihad, hadith n. 1639)

Non sono soltanto le lacrime a renderci più vicini ad Allah: è lo stato del cuore a riflettere veramente lo scopo della nostra adorazione.

Parlando della Salat, il Messia Promesso (as) afferma:

«Che cos’è la Salat? È una supplica rivolta al Signore dell’Onore, senza la quale una persona non può essere veramente viva, né procurarsi alcun mezzo per ottenere sicurezza e felicità. Soltanto quando Dio Onnipotente concede questa grazia a una persona, essa trova il vero conforto. Da quel momento comincia a provare piacere e gioia nella Salat. Come trae piacere da un cibo delizioso, così comincerà a trarre piacere dalle proprie lacrime e dai propri accorati lamenti durante la Salat. Prima di sperimentare questa condizione nella preghiera, è necessario che perseveri nella Salat, proprio come si ingoia una medicina amara per recuperare la salute. Allo stesso modo, deve perseverare nella Salat e nelle suppliche anche quando non ne trae alcun piacere. In tale condizione dovrebbe ricercare il piacere e la gioia nella Salat con questa supplica:

“Allah! Tu sai quanto io sia cieco e privo di vista, e che in questo momento sono come un morto. So che fra poco sarò chiamato e mi presenterò al Tuo cospetto, e nessuno potrà trattenermi. Ma il mio cuore è cieco e privo di luce. Fa’ scendere su di esso una fiamma di luce tale da infondergli amore e devozione per Te. Concedimi una grazia tale che io non sia risuscitato privo di vista, né mi unisca ai ciechi”.

Quando supplicherà in questo modo e persevererà nella supplica, vedrà che arriverà un momento in cui, mentre sarà immerso in una simile preghiera, qualcosa scenderà su di lui e gli scioglierà il cuore».

(Malfuzat [urdu], vol. 4, pp. 321–322, citato in The Essence of Islam, vol. 2, pp. 297–298)

Vi è un beneficio spirituale in tutto questo? Il Santo Profeta (sa) disse:

«Allah accoglierà sette categorie di persone sotto la Sua ombra [nel Giorno della Risurrezione]. [Una di esse sarà] una persona che ricorda Allah e i cui occhi si riempiono di lacrime». (Sahih al-Bukhari, Kitab al-azan, hadith n. 660)

Che cosa si potrebbe desiderare di più? Essere accolti all’ombra del proprio Signore è la meta.

Quando commette un peccato, l’essere umano si domanda: «Come potrà qualcuno perdonarmi? Che cosa devo fare? Che cosa penserà di me il mio Dio?». Comincia a farsi prendere dal panico e dall’angoscia, senza rendersi conto che è proprio Dio Colui che può perdonare i suoi peccati. Il Messia Promesso (as) risponde a questo interrogativo, affermando:

«Non pensate: “Siamo peccatori. Le nostre preghiere saranno forse ascoltate?”. Non pensate in questo modo. L’essere umano commette errori, ma arriva un momento in cui riesce a dominare il proprio io incline al peccato. Anche questa capacità di dominarlo è insita nella natura umana. L’acqua spegne il fuoco: è una sua proprietà naturale. Per quanto la si possa riscaldare, quando viene versata sul fuoco lo spegne. È nella sua natura. Allo stesso modo, l’essere umano possiede per natura la capacità di purificarsi. Ogni persona ha questa facoltà. Non sentitevi sconfitti perché siete caduti nel peccato. Il peccato è come una macchia sulla superficie di un tessuto: può essere lavato via. Per quanto le vostre abitudini e inclinazioni possano essere dominate dalle passioni, pregate Dio con lacrime e suppliche accorate: Egli non lascerà che le vostre preghiere vadano perdute. Egli è colmo di compassione».

(Badr, 17 gennaio 1907, vol. 6, n. 3, pp. 15–16)

Piangere davanti a Dio esprime il profondo desiderio dell’essere umano di essere liberato dalle prove e dalle tribolazioni che sta attraversando.

Ricordiamo che il culmine della preghiera è la prosternazione, il sajdah, durante la quale l’essere umano vive un rapporto intimo con il proprio Creatore e può esprimere tutto ciò che sente. Nel profondo, infatti, sa che soltanto Dio può veramente rispondere alle sue preghiere e alle sue necessità.

Dio Onnipotente afferma nel Sacro Corano:

«InvocateMi: risponderò alla vostra preghiera». (Sura Mu’min, 40:61)

Dobbiamo comprendere che l’unica condizione qui posta da Dio è che i Suoi servi Lo preghino, che Lo invochino, ed Egli risponderà alla loro preghiera. Che cosa potrebbe esserci di più semplice? Egli non pone limiti né impone alternative, ma offre all’essere umano un legame aperto e continuo con il suo Signore.

Tornando alla domanda iniziale — «Perché piangere al cospetto del nostro Signore, che già conosce ciò che abbiamo nel cuore?» — la risposta è che la preghiera non serve a informare Allah, ma a volgere il cuore verso di Lui.

Il Messia Promesso (as) afferma:

«Le suppliche non vengono accolte finché il cuore non è puro. Se nel vostro cuore nutrite rancore anche verso una sola persona per una qualsiasi questione mondana, la vostra supplica non può essere accolta». (Malfuzat [inglese], vol. 9, p. 178)

Affinché le preghiere siano accolte, è dunque essenziale abbandonare ogni rancore personale e ogni malevolenza e rivolgere suppliche sincere, chiedendo l’aiuto di Allah l’Eccelso per conseguire una purificazione duratura del cuore.

Questo ci conduce a un insegnamento fondamentale per tutta l’umanità: che viviamo momenti di dolore, di perdita, di felicità o di gioia, il nostro cuore dovrebbe sempre volgersi ad Allah.

«Coloro che credono e i cui cuori trovano conforto nel ricordo di Allah. Sì! È nel ricordo di Allah che i cuori trovano conforto». (Sura ar-Ra‘d, 13:29)

Nei momenti di tristezza, di dolore, di gioia o anche di sollievo, è Dio la fonte ultima di guarigione per ogni nostra difficoltà. Quando il cuore sente il bisogno di un legame con qualcuno di speciale, qualcuno che colmi il vuoto nella propria vita, sa che troverà vero conforto soltanto nel ricordo di Allah. Il desiderio allora cresce, il sentimento si rafforza e l’emozione ci pervade: piangiamo, apriamo il cuore e deponiamo davanti al nostro Creatore tutto ciò che abbiamo dentro, perché soltanto Lui comprende veramente le nostre necessità.

Possa Allah concedere a tutti noi di costruire un legame saldo e sincero con il nostro Signore. Amin!

Tradotto da Al Hakam, 29 ottobre 2026.

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